martedì 1 maggio 2007

UNO STATO SPENDACCIONE, MA CHI È CHE CI GUADAGNA?


Il dato, certificato anche da Eurostat, dà qualche brivido: nel 2006, la spesa pubblica, in Italia, ha superato il 50% (50,1% per essere esatti) del Pil, prodotto interno lordo, il che, detto in soldoni, vuol dire che questo paese ormai spende più di quel che riesce, in termini di ricchezza, a produrre. Meno della Francia (53,5%) che però - anche questo va detto subito - non è un paese con cui possiamo confrontarci, perché là c'è un sistema amministrativo e di welfare (asili nido, ospedali, assistenza agli anziani, ma anche apparati della burocrazia etc.) assai efficiente mentre da noi... beh è meglio lasciar perdere. E vale la pena di fare il confronto anche con le altre aree dell'Ue, la cui media della spesa pubblica, su 27 paesi, è del 46,8%, contro il nostro 50,1%. Insomma lo Stato italiano spende, in Europa, più di tutti gli altri ad eccezione della Francia, ma per che cosa? Forse che di queste maggiori spese beneficiano i cittadini? Certo che no, perché da noi il welfare fa acqua da tutte le parti, come fanno acqua i servizi, per non parlare poi del deficit del nostro sistema di infrastrutture che, rispetto a Francia, Germania, Olanda e ora anche Spagna, resta assai elevato. E allora dove vanno a finire tutti questi soldi, se i benefici per il cittadino restano ancora abbastanza modesti? Vero che, sulla nostra spesa pubblica, incidono parecchio (4,9%) gli interessi che corrono sui debiti che lo Stato ha acceso in tutti questi anni. Come pesa anche il fatto che il debito pubblico ha raggiunto la quota del 106,8% rispetto al Pil, ma il resto dei soldi? Sul resto, che è poi tantissimo, pesano difatti altri fattori, che è il caso qui di sommariamente elencare. Primo, l'inefficienza della macchina statale, che spende più per il suo mantenimento che per l'erogazione di servizi, il che vuol dire che il sistema statale e comunque amministrativo ha ancora tassi di improduttività assai elevati. Per comprendere quali riflessi negativi sul sistema abbia questa inefficienza e improduttività della struttura, basta guardare al problema dell'evasione. È la domanda, fino ad oggi senza risposta, resta una sola: come mai lo Stato spende tanto per mantenere e per potenziare, quanto occorre, le proprie strutture e poi non riesce ad adottare strategie e sistemi di intervento e di contrasto che consentano di debellare o almeno di ridurre in misura congrua il tasso di evasione fiscale che è il più alto d'Europa? Evidentemente perché c'è qualcosa che non funziona: molte spese di mantenimento, ma scarsa produttività della struttura. È come se, in un'azienda privata, una catena di montaggio, a causa dell'improduttività dei suoi addetti, producesse ogni giorno 50 manufatti anziché i cento che erano stati preventivati per portare a break even il bilancio. Ma andiamo pure al secondo fattore, non meno importante del primo: l'incidenza sulla spesa pubblica del costo della politica. Ha ragione Renato Brunetta a sostenere che «la composizione dei governi, la durata e la stabilità degli stessi, le larghe ed eterogenee coalizioni, i gruppi di interessi che le sostengono e i conflitti che nascono al loro interno, sono le variabili che determinano, nei fatti, sempre e comunque più spesa pubblica. Determinano cioè una distorsione nella distribuzione delle risorse rispetto a quella che sarebbe generata da un sistema politico bipartitico, il quale garantisce maggiore efficienza, intesa come capacità di ridurre al minimo gli attriti e le frizioni che rallentano il perseguimento di uno specifico obbiettivo». Il che vuol dire: avendo in campo ben 21 partiti - tanti ce ne sono oggi - il bilancio pubblico, sostiene Brunetta, viene utilizzato, sotto forma di pressione fiscale e/o alto indebitamento, più al fine di assorbire i conflitti all'interno delle coalizioni di governo, che per produrre beni e servizi per lo sviluppo.Che poi è un problema che ne genera subito un altro: l'alta frammentazione politica, riversata in tutte le strutture istituzionali (comuni, province , regioni e poi ministeri) fa sì che la spesa pubblica venga, in buona parte, utilizzata più per alimentare la visibilità e quindi gli interessi di ogni singolo partito, che per il bene comune, cioè servizi mirati per tutti i cittadini.Non è un problema da poco e chiudere ancora gli occhi davanti ad esso pare a questi Circoli della libertà una pervicace incongruenza, quasi un'assurdità. Anche per questo va seguito con attenzione il referendum che è partito il 24 aprile e che ha come obbiettivo una sostanziale semplificazione del sistema politico, che pur non togliendo nemmeno un'unghia al principio della rappresentanza democratica e della libertà delle idee, cerca di realizzare un sistema politico di alternanza democratica altrettanto congruo ma con strutture sensibilmente meno costose per la comunità. Non è detto che, per il raggiungimento di questo obbiettivo, il referendum ora proposto sia la soluzione più idonea. Possono anche esserci altre soluzioni. Non cercarne, però, nessuno ci pare pura follia.

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